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  • La Rivoluzione Giottesca raccontata attraverso un secolo di Storia

I luoghi della Candidatura di “Padova Urbs picta. Giotto, la Cappella degli Scrovegni e i cicli pittorici del Trecento” e inquadramento Storico – Artistico

Il sito seriale ‘Padova Urbs picta’ è costituito dai cicli pittorici ad affresco del Trecento conservati all’interno di otto edifici e complessi monumentali nel centro storico di Padova, suddivisi in quattro componenti, in un’area che nel XIV secolo corrispondeva all’intera superficie abitata all’interno delle mura. Le quattro componenti sono: Scrovegni ed Eremitani (carta n.1), Palazzo della Ragione, Reggia, Battistero e le loro piazze (carta n.2), Cittadella antoniana (carta n.3) e San Michele (carta n.4). Si tratta di un complesso di monumenti noto in tutto il mondo, conservato in un territorio in cui la tradizione della pittura murale ad affresco ha radici fino dal X secolo e che ha visto nel Trecento il suo massimo sviluppo: dalla presenza di Giotto in città intorno al 1302 infatti prende avvio una stagione straordinaria di cultura e arte che proseguirà per tutto il secolo caratterizzata da interventi pittorici di raro pregio.

Giotto, Guariento, Giusto de’ Menabuoi, Altichiero da Zevio, Jacopo Avanzi e Jacopo da Verona sono i protagonisti di questa impresa. Al servizio di famiglie illustri, del clero, del Comune e della Signoria dei Carraresi dipingeranno all’interno di edifici religiosi e civili, pubblici e privati, dando vita insieme alla nuova immagine della città.

Ancora oggi i cicli affrescati sono visitabili negli edifici e complessi monumentali originari. I cicli costituiscono un sistema unitario per la loro comune ascendenza giottesca – anche se opera di diverse mani, voluti da committenze diverse e all’interno di edifici di natura differente – e ogni personale interpretazione del linguaggio del maestro aggiunge valore eccezionale all’insieme.

Ambito storico

Nel Basso medioevo Padova si distingue come libero comune partecipando alla Lega Veronese e alla Lega Lombarda contro l’imperatore Federico Barbarossa. Nel periodo comunale la città si arricchisce e al 1222 risale la fondazione dell’Università, una delle più antiche del mondo.

Passata tra le file ghibelline durante la dominazione di Ezzelino III da Romano, dopo la sua morte, Padova torna sotto il controllo dei guelfi e diviene oggetto di continui attacchi dei ghibellini veronesi che portano, nel 1318, all’affermazione della Signoria dei Carraresi.

Ebbe così inizio un periodo di nuovo splendore per Padova, in cui fiorirono l’economia e le arti, ma proseguirono anche le guerre contro Verona, nonché quelle contro Venezia e Milano. L’ambizione dei Carraresi segnò la loro fine e quella degli Scaligeri veronesi. Padova fu sconfitta dalla Repubblica di Venezia nel 1405, dopo la quale ebbe inizio la plurisecolare dominazione veneziana della città.

I cicli pittorici inseriti nel sito seriale ‘Padova Urbs picta’ si collocano cronologicamente nel periodo storico appena sintetizzato, dall’inizio alla fine del XIV secolo, in particolare dal 1302, momento dell’arrivo di Giotto a Padova, al 1397, anno di realizzazione dell’ultimo ciclo affrescato da Jacopo da Verona nell’Oratorio di San Michele.

All’interno di questo ambito cronologico, le diverse componenti rappresentano pienamente le tappe dell’evoluzione della pittura del Trecento padovano di matrice giottesca, dalle prime ricezioni di artisti che avevano potuto lavorare direttamente con il maestro toscano a Rimini, come Pietro e Giuliano da Rimini, alle interpretazioni di gusto già “cortese” di Guariento che opera alla metà del secolo, fino ad artisti come Giusto de’ Menabuoi, Altichiero da Zevio e Jacopo Avanzi attivi negli anni Settanta e Ottanta, per concludere con Jacopo da Verona che opera sul finire del secolo.

Ambito culturale

L’arrivo di Giotto a Padova segna l’inizio di un processo di rinascita artistica e culturale che prosegue e trova il suo massimo sviluppo durante il governo della Signoria dei Carraresi. In questo periodo fioriscono le arti, la pittura, ma anche la letteratura e le scienze, in un gioco di relazioni significative tra le famiglie illustri che gravitavano intorno alla corte.

In questo scenario, i cicli pittorici rappresentano una vera e propria “politica dell’immagine”, che a partire da Enrico Scrovegni trova la sua massima espressione negli affreschi commissionati dalla Signoria Carrarese e dalle famiglie legate alla corte: si tratta di una volontà di rappresentazione del potere, che passa attraverso la raffigurazione della città, reale e ideale, e dei ritratti delle personalità di potere e che la governano in quel momento. Questo avviene quel periodo fondamentale della storia dell’arte di passaggio tra la pittura tardo duecentesca e il Rinascimento.

La dinamica culturale cittadina si alimenta dei rapporti di interscambio tra committenti, artisti, teologi, filosofi, letterati ed eruditi che nascono non solo nell’ambito della corte Carrarese, ma anche dell’Università e dei circoli culturali che facevano capo alla vita conventuale, dove emergono figure come fra Giovanni degli Eremitani, Alberto da Padova, Altegrado dei Cattanei e Pietro d’Abano. Sono questi i personaggi che dettano le indicazioni filosofico-religiose che sottendono alle scelte iconografiche di alcuni dei cicli affrescati, concorrendo alla scelta dei temi da rappresentare suffragati anche da testi sacri o agiografici. Questo avviene a Padova proprio perché, dall’inizio del secolo XIV, vive un clima politico, sociale e culturale favorevole, grazie a un periodo di pace, stabilità e ordinato sviluppo. In questo tempo di prosperità economica e crescita demografica, parte della borghesia commerciale e finanziaria si eleva al grado di nobiltà, divenendo un modello per diversi centri italiani, e chiama artisti a operare nella decorazione delle proprie dimore e cappelle gentilizie, così come era stato fatto anche dal libero Comune di Padova.

Tra le personalità di maggiore importanza culturale presenti in città vi è Francesco Petrarca, chiamato alla corte dei Carraresi da Iacopo II, e che a Padova soggiornerà in diverse occasioni, a partire dal 1348, risiedendo poi nella vicina Arquà dal 1370, dove tuttora si conserva la sua casa-museo. Un letterato ed erudito come Petrarca sarà un punto di riferimento insigne per la città non solo in ambito letterario, ma anche artistico dettando o ispirando con la sua opera e la sua presenza i programmi iconografici di diversi cicli pittorici, anche tramite altre figure di intellettuali della corte, come il suo segretario Lombardo della Seta. Si tratta di una notevole testimonianza di quell’interessante interscambio tra cultura letteraria e artistica, che a Padova era già avvenuto tra Dante e Giotto.

Ma i rapporti di interscambio tra committenti, teologi, filosofi, letterati ed eruditi non nascono solo in ambito letterario: lo studio della fisica insegnata nello studium patavino pare abbia influenzato le ricerche di Giotto sulla prospettiva grazie alle ricerche di Pietro d’Abano presente a Padova tra il 1298 e il 1302, così come gli studi accademici sugli astri e i moti celesti sembrano aver suggerito la prima rappresentazione così reale e anticonvenzionale della cometa di Halley nella Natività di Gesù della Cappella degli Scrovegni e le altre pitture sul cosmo e i pianeti sempre dipinte dal maestro fiorentino in Palazzo della Ragione.

Ambito storico-artistico

La storia della pittura a Padova nel Trecento comincia con l’arrivo di Giotto chiamato intorno al 1302, probabilmente dai frati francescani della Basilica del Santo, sulla scia di una trama di fitti rapporti che all’epoca legavano Padova e Firenze.

Giotto affresca i primi cicli pittorici padovani all’interno della Basilica e del convento del Santo intorno al 1302, probabilmente nella Cappella della Madonna Mora, un luogo di grande valore simbolico perché sede della prima sepoltura del Santo, e nella Sala del Capitolo, un altro luogo fondamentale per la vita conventuale.

All’interno della Basilica del Santo decorerà poi la Cappella delle Benedizioni posta sotto il giuspatronato di quella famiglia Scrovegni che tra il 1303 al 1305 gli farà dipingere il meraviglioso ciclo nella cappella omonima.
Il terzo intervento di Giotto a Padova avviene in Palazzo della Ragione, tra il 1310 e il 1317, e consisteva in uno straordinario ciclo astrologico distrutto in seguito dell’incendio del 1420. Ciò che rende questo ciclo tutt’oggi estremamente significativo è il fatto che fu ridipinto seguendo l’idea del maestro negli anni immediatamente successivi l’incendio.

Già subito dopo la partenza di Giotto la pittura in città inizia a svilupparsi in maniera nuova seguendo la sua lezione: l’anonimo Maestro del Coro Scrovegni che dipinge tra il 1317 e il 1320 nel coro appunto della Cappella degli Scrovegni le Storie della Vergine, si esprime con un linguaggio che, seppur a un livello più elementare, risente fortemente della lezione giottesca.

Nel 1324 giungevano in città, chiamati dai frati dell’ordine degli Eremitani, gli allievi riminesi di Giotto, Pietro e Giuliano; perduto il polittico realizzato per la chiesa proprio in quell’anno, rimangono presso i Musei Civici agli Eremitani i lacerti di una grande decorazione murale eseguita per il convento. LIncoronazione della Vergine, La Crocifissione e le altre scene mostrano l’applicazione degli schemi appresi dai maestri a Rimini e il loro aggiornamento sulle novità giottesche. Dopo queste esperienze emerge la figura più importante

dei decenni centrali del secolo, Guariento di Arpo. Attivo almeno dagli anni Trenta, fu il primo pittore a ricoprire il ruolo di artista della corte Carrarese. Sua è la decorazione delle tombe dei signori Jacopo e Ubertino da Carrara già nella chiesa di Sant’Agostino di Padova. Negli oltre trent’anni del suo rigoroso percorso stilistico accentuò sempre più il gusto lineare gotico, riuscì a mostrare una capacità sempre più matura di organizzare grandi scene di gusto cortese entro spazi prospetticamente costruiti. Celebri sono gli affreschi e le tavole dipinte per la Cappella della Reggia Carrarese. Il suo linguaggio era apprezzato anche fuori Padova e il doge Marco Corner gli commissionò la decorazione ad affresco avente come soggetto il Paradiso per il Palazzo Ducale di Venezia, probabilmente tra 1365 e 1367. La sua ultima opera, la grandiosa decorazione dell’abside principale della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani mostra la grande abilità raggiunta nell’articolazione di estese scene spazialmente complesse.

Su questa strada doveva seguirlo il pittore destinato a sostituirlo presso la Signoria, il fiorentino Giusto de’ Menabuoi. Attivo a Padova dall’inizio degli anni Settanta fino alla morte, avvenuta negli anni Novanta, Giusto proseguì sulla strada dell’evoluzione gotica della pittura a Padova, mettendo in mostra una capacità prospettica sempre più evoluta, trattando gli episodi religiosi come cerimonie di corte in cui sono riconoscibili i ritratti di personaggi dell’epoca. Già negli affreschi della Cappella Cortellieri nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani mette in mostra una grande sapienza dottrinale, tuttavia il suo capolavoro è la decorazione del Battistero della Cattedrale, eseguita a partire dal 1375. In questo edificio, destinato a diventare il mausoleo del signore Francesco I da Carrara e della moglie Fina Buzzaccarini, realizza un ciclo con il quale dà prova di una raffinata capacità narrativa nel realizzare scene sempre più complesse e dal contenuto iconografico spesso inedito. Negli affreschi della Cappella del Beato Luca Belludi nella Basilica del Santo, risalenti al 1382, l’amplificazione spaziale risente del confronto con le opere di altri maestri, il bolognese Jacopo Avanzi e il veronese Altichiero da Zevio che, poco prima, sulle pareti della vicina cappella di San Giacomo, sotto la committenza dei marchesi Lupi di Soragna, avevano introdotto una nuova naturalezza nel narrare gli episodi religiosi e un elegante gusto cortese.

Questi affreschi si distinguono per una sempre maggiore capacità di disporre e articolare grandi spazi e masse di personaggi, per il colore prezioso e delicate, per una sempre più accentuata abilità prospettica che può trovare riscontro solo nei raggiungimenti toscani dei primi anni del Rinascimento. Ai primi anni Ottanta si data l’altra impresa di Altichiero, gli affreschi dell’Oratorio di San Giorgio. Narrando le Storie dei Santi Giorgio, Barbara, Caterina e Lucia, protettori della famiglia Lupi di Soragna, l’artista dipinge sullo sfondo delle scene degli spaccati di un’ideale città gotica in cui si svolgono gli episodi sempre più insistentemente popolati di ritratti di personaggi della corte, quali Francesco Petrarca, ospite e dignitario dei Carraresi.
Un suo allievo e collaboratore, Jacopo da Verona, ci lascia nel 1397 l’ultimo monumento pittorico di una certa rilevanza nella decorazione della Cappella di Santa Maria nell’Oratorio di San Michele. Nelle Storie della Vergine troviamo rappresentati gli ultimi esponenti della Corte Carrarese.

Nel 1405 la città cadeva sotto il dominio di Venezia e con la scomparsa della Signoria veniva a mancare anche il principale centro di committenza artistica; l’ambiente fu, però, vitale fino all’ultimo se i documenti ricordano la presenza del toscano Cennino Cennini, autore del primo manuale rimastoci sulle tecniche artistiche, scritto proprio a Padova, mentre era al servizio di Francesco II. Meritano menzione anche i cicli scomparsi, cancellati dal tempo e dagli uomini: basti pensar a quelli esistenti nelle chiese di Sant’Agostino e San Benedetto o alla decorazione della Reggia Carrarese. Quanto rimane ancora oggi è comunque sufficiente a darci l’idea di una delle più straordinarie e originali civiltà figurative sviluppatesi in Italia.

Il sito seriale ‘Padova Urbs picta’ è costituito dai cicli pittorici ad affresco del Trecento conservati all’interno di otto edifici e complessi monumentali nel centro storico di Padova, suddivisi in quattro componenti, in un’area che nel XIV secolo corrispondeva all’intera superficie abitata all’interno delle mura. Le quattro componenti sono: Scrovegni ed Eremitani (carta n.1), Palazzo della Ragione, Reggia, Battistero e le loro piazze (carta n.2), Cittadella antoniana (carta n.3) e San Michele (carta n.4). Si tratta di un complesso di monumenti noto in tutto il mondo, conservato in un territorio in cui la tradizione della pittura murale ad affresco ha radici fino dal X secolo e che ha visto nel Trecento il suo massimo sviluppo: dalla presenza di Giotto in città intorno al 1302 infatti prende avvio una stagione straordinaria di cultura e arte che proseguirà per tutto il secolo caratterizzata da interventi pittorici di raro pregio.

Giotto, Guariento, Giusto de’ Menabuoi, Altichiero da Zevio, Jacopo Avanzi e Jacopo da Verona sono i protagonisti di questa impresa. Al servizio di famiglie illustri, del clero, del Comune e della Signoria dei Carraresi dipingeranno all’interno di edifici religiosi e civili, pubblici e privati, dando vita insieme alla nuova immagine della città.

Ancora oggi i cicli affrescati sono visitabili negli edifici e complessi monumentali originari. I cicli costituiscono un sistema unitario per la loro comune ascendenza giottesca – anche se opera di diverse mani, voluti da committenze diverse e all’interno di edifici di natura differente – e ogni personale interpretazione del linguaggio del maestro aggiunge valore eccezionale all’insieme.

Ambito storico

Nel Basso medioevo Padova si distingue come libero comune partecipando alla Lega Veronese e alla Lega Lombarda contro l’imperatore Federico Barbarossa. Nel periodo comunale la città si arricchisce e al 1222 risale la fondazione dell’Università, una delle più antiche del mondo.

Passata tra le file ghibelline durante la dominazione di Ezzelino III da Romano, dopo la sua morte, Padova torna sotto il controllo dei guelfi e diviene oggetto di continui attacchi dei ghibellini veronesi che portano, nel 1318, all’affermazione della Signoria dei Carraresi.

Ebbe così inizio un periodo di nuovo splendore per Padova, in cui fiorirono l’economia e le arti, ma proseguirono anche le guerre contro Verona, nonché quelle contro Venezia e Milano. L’ambizione dei Carraresi segnò la loro fine e quella degli Scaligeri veronesi. Padova fu sconfitta dalla Repubblica di Venezia nel 1405, dopo la quale ebbe inizio la plurisecolare dominazione veneziana della città.

I cicli pittorici inseriti nel sito seriale ‘Padova Urbs picta’ si collocano cronologicamente nel periodo storico appena sintetizzato, dall’inizio alla fine del XIV secolo, in particolare dal 1302, momento dell’arrivo di Giotto a Padova, al 1397, anno di realizzazione dell’ultimo ciclo affrescato da Jacopo da Verona nell’Oratorio di San Michele.

All’interno di questo ambito cronologico, le diverse componenti rappresentano pienamente le tappe dell’evoluzione della pittura del Trecento padovano di matrice giottesca, dalle prime ricezioni di artisti che avevano potuto lavorare direttamente con il maestro toscano a Rimini, come Pietro e Giuliano da Rimini, alle interpretazioni di gusto già “cortese” di Guariento che opera alla metà del secolo, fino ad artisti come Giusto de’ Menabuoi, Altichiero da Zevio e Jacopo Avanzi attivi negli anni Settanta e Ottanta, per concludere con Jacopo da Verona che opera sul finire del secolo.

Ambito culturale

L’arrivo di Giotto a Padova segna l’inizio di un processo di rinascita artistica e culturale che prosegue e trova il suo massimo sviluppo durante il governo della Signoria dei Carraresi. In questo periodo fioriscono le arti, la pittura, ma anche la letteratura e le scienze, in un gioco di relazioni significative tra le famiglie illustri che gravitavano intorno alla corte.

In questo scenario, i cicli pittorici rappresentano una vera e propria “politica dell’immagine”, che a partire da Enrico Scrovegni trova la sua massima espressione negli affreschi commissionati dalla Signoria Carrarese e dalle famiglie legate alla corte: si tratta di una volontà di rappresentazione del potere, che passa attraverso la raffigurazione della città, reale e ideale, e dei ritratti delle personalità di potere e che la governano in quel momento. Questo avviene quel periodo fondamentale della storia dell’arte di passaggio tra la pittura tardo duecentesca e il Rinascimento.

La dinamica culturale cittadina si alimenta dei rapporti di interscambio tra committenti, artisti, teologi, filosofi, letterati ed eruditi che nascono non solo nell’ambito della corte Carrarese, ma anche dell’Università e dei circoli culturali che facevano capo alla vita conventuale, dove emergono figure come fra Giovanni degli Eremitani, Alberto da Padova, Altegrado dei Cattanei e Pietro d’Abano. Sono questi i personaggi che dettano le indicazioni filosofico-religiose che sottendono alle scelte iconografiche di alcuni dei cicli affrescati, concorrendo alla scelta dei temi da rappresentare suffragati anche da testi sacri o agiografici. Questo avviene a Padova proprio perché, dall’inizio del secolo XIV, vive un clima politico, sociale e culturale favorevole, grazie a un periodo di pace, stabilità e ordinato sviluppo. In questo tempo di prosperità economica e crescita demografica, parte della borghesia commerciale e finanziaria si eleva al grado di nobiltà, divenendo un modello per diversi centri italiani, e chiama artisti a operare nella decorazione delle proprie dimore e cappelle gentilizie, così come era stato fatto anche dal libero Comune di Padova.

Tra le personalità di maggiore importanza culturale presenti in città vi è Francesco Petrarca, chiamato alla corte dei Carraresi da Iacopo II, e che a Padova soggiornerà in diverse occasioni, a partire dal 1348, risiedendo poi nella vicina Arquà dal 1370, dove tuttora si conserva la sua casa-museo. Un letterato ed erudito come Petrarca sarà un punto di riferimento insigne per la città non solo in ambito letterario, ma anche artistico dettando o ispirando con la sua opera e la sua presenza i programmi iconografici di diversi cicli pittorici, anche tramite altre figure di intellettuali della corte, come il suo segretario Lombardo della Seta. Si tratta di una notevole testimonianza di quell’interessante interscambio tra cultura letteraria e artistica, che a Padova era già avvenuto tra Dante e Giotto.

Ma i rapporti di interscambio tra committenti, teologi, filosofi, letterati ed eruditi non nascono solo in ambito letterario: lo studio della fisica insegnata nello studium patavino pare abbia influenzato le ricerche di Giotto sulla prospettiva grazie alle ricerche di Pietro d’Abano presente a Padova tra il 1298 e il 1302, così come gli studi accademici sugli astri e i moti celesti sembrano aver suggerito la prima rappresentazione così reale e anticonvenzionale della cometa di Halley nella Natività di Gesù della Cappella degli Scrovegni e le altre pitture sul cosmo e i pianeti sempre dipinte dal maestro fiorentino in Palazzo della Ragione.

Ambito storico-artistico

La storia della pittura a Padova nel Trecento comincia con l’arrivo di Giotto chiamato intorno al 1302, probabilmente dai frati francescani della Basilica del Santo, sulla scia di una trama di fitti rapporti che all’epoca legavano Padova e Firenze.

Giotto affresca i primi cicli pittorici padovani all’interno della Basilica e del convento del Santo intorno al 1302, probabilmente nella Cappella della Madonna Mora, un luogo di grande valore simbolico perché sede della prima sepoltura del Santo, e nella Sala del Capitolo, un altro luogo fondamentale per la vita conventuale.

All’interno della Basilica del Santo decorerà poi la Cappella delle Benedizioni posta sotto il giuspatronato di quella famiglia Scrovegni che tra il 1303 al 1305 gli farà dipingere il meraviglioso ciclo nella cappella omonima.
Il terzo intervento di Giotto a Padova avviene in Palazzo della Ragione, tra il 1310 e il 1317, e consisteva in uno straordinario ciclo astrologico distrutto in seguito dell’incendio del 1420. Ciò che rende questo ciclo tutt’oggi estremamente significativo è il fatto che fu ridipinto seguendo l’idea del maestro negli anni immediatamente successivi l’incendio.

Già subito dopo la partenza di Giotto la pittura in città inizia a svilupparsi in maniera nuova seguendo la sua lezione: l’anonimo Maestro del Coro Scrovegni che dipinge tra il 1317 e il 1320 nel coro appunto della Cappella degli Scrovegni le Storie della Vergine, si esprime con un linguaggio che, seppur a un livello più elementare, risente fortemente della lezione giottesca.

Nel 1324 giungevano in città, chiamati dai frati dell’ordine degli Eremitani, gli allievi riminesi di Giotto, Pietro e Giuliano; perduto il polittico realizzato per la chiesa proprio in quell’anno, rimangono presso i Musei Civici agli Eremitani i lacerti di una grande decorazione murale eseguita per il convento. LIncoronazione della Vergine, La Crocifissione e le altre scene mostrano l’applicazione degli schemi appresi dai maestri a Rimini e il loro aggiornamento sulle novità giottesche. Dopo queste esperienze emerge la figura più importante

dei decenni centrali del secolo, Guariento di Arpo. Attivo almeno dagli anni Trenta, fu il primo pittore a ricoprire il ruolo di artista della corte Carrarese. Sua è la decorazione delle tombe dei signori Jacopo e Ubertino da Carrara già nella chiesa di Sant’Agostino di Padova. Negli oltre trent’anni del suo rigoroso percorso stilistico accentuò sempre più il gusto lineare gotico, riuscì a mostrare una capacità sempre più matura di organizzare grandi scene di gusto cortese entro spazi prospetticamente costruiti. Celebri sono gli affreschi e le tavole dipinte per la Cappella della Reggia Carrarese. Il suo linguaggio era apprezzato anche fuori Padova e il doge Marco Corner gli commissionò la decorazione ad affresco avente come soggetto il Paradiso per il Palazzo Ducale di Venezia, probabilmente tra 1365 e 1367. La sua ultima opera, la grandiosa decorazione dell’abside principale della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani mostra la grande abilità raggiunta nell’articolazione di estese scene spazialmente complesse.

Su questa strada doveva seguirlo il pittore destinato a sostituirlo presso la Signoria, il fiorentino Giusto de’ Menabuoi. Attivo a Padova dall’inizio degli anni Settanta fino alla morte, avvenuta negli anni Novanta, Giusto proseguì sulla strada dell’evoluzione gotica della pittura a Padova, mettendo in mostra una capacità prospettica sempre più evoluta, trattando gli episodi religiosi come cerimonie di corte in cui sono riconoscibili i ritratti di personaggi dell’epoca. Già negli affreschi della Cappella Cortellieri nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani mette in mostra una grande sapienza dottrinale, tuttavia il suo capolavoro è la decorazione del Battistero della Cattedrale, eseguita a partire dal 1375. In questo edificio, destinato a diventare il mausoleo del signore Francesco I da Carrara e della moglie Fina Buzzaccarini, realizza un ciclo con il quale dà prova di una raffinata capacità narrativa nel realizzare scene sempre più complesse e dal contenuto iconografico spesso inedito. Negli affreschi della Cappella del Beato Luca Belludi nella Basilica del Santo, risalenti al 1382, l’amplificazione spaziale risente del confronto con le opere di altri maestri, il bolognese Jacopo Avanzi e il veronese Altichiero da Zevio che, poco prima, sulle pareti della vicina cappella di San Giacomo, sotto la committenza dei marchesi Lupi di Soragna, avevano introdotto una nuova naturalezza nel narrare gli episodi religiosi e un elegante gusto cortese.

Questi affreschi si distinguono per una sempre maggiore capacità di disporre e articolare grandi spazi e masse di personaggi, per il colore prezioso e delicate, per una sempre più accentuata abilità prospettica che può trovare riscontro solo nei raggiungimenti toscani dei primi anni del Rinascimento. Ai primi anni Ottanta si data l’altra impresa di Altichiero, gli affreschi dell’Oratorio di San Giorgio. Narrando le Storie dei Santi Giorgio, Barbara, Caterina e Lucia, protettori della famiglia Lupi di Soragna, l’artista dipinge sullo sfondo delle scene degli spaccati di un’ideale città gotica in cui si svolgono gli episodi sempre più insistentemente popolati di ritratti di personaggi della corte, quali Francesco Petrarca, ospite e dignitario dei Carraresi.
Un suo allievo e collaboratore, Jacopo da Verona, ci lascia nel 1397 l’ultimo monumento pittorico di una certa rilevanza nella decorazione della Cappella di Santa Maria nell’Oratorio di San Michele. Nelle Storie della Vergine troviamo rappresentati gli ultimi esponenti della Corte Carrarese.

Nel 1405 la città cadeva sotto il dominio di Venezia e con la scomparsa della Signoria veniva a mancare anche il principale centro di committenza artistica; l’ambiente fu, però, vitale fino all’ultimo se i documenti ricordano la presenza del toscano Cennino Cennini, autore del primo manuale rimastoci sulle tecniche artistiche, scritto proprio a Padova, mentre era al servizio di Francesco II. Meritano menzione anche i cicli scomparsi, cancellati dal tempo e dagli uomini: basti pensar a quelli esistenti nelle chiese di Sant’Agostino e San Benedetto o alla decorazione della Reggia Carrarese. Quanto rimane ancora oggi è comunque sufficiente a darci l’idea di una delle più straordinarie e originali civiltà figurative sviluppatesi in Italia.

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