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  • La Rivoluzione Giottesca raccontata attraverso un secolo di Storia

CITTADELLA ANTONIANA

La costruzione del complesso monumentale antoniano fu iniziata nel 1232 per custodire la tomba di Sant’Antonio, morto a Padova nel 1231, e sorge nel luogo dove, già dal 1210, esisteva una chiesa dedicata a Maria poi inglobata nella Basilica come Cappella della Madonna Mora. Nel 1229 era sorto accanto alla chiesetta il convento dei frati fondato probabilmente dallo stesso Sant’Antonio.

La Basilica e il convento del Santo sono stati oggetto di continui studi sia per ciò che concerne le vicende costruttive che per ciò che riguarda i cicli decorativi – pittorici e scultorei – che sono stati realizzati nel corso dei secoli. Per quanto concerne le vicende costruttive va detto come i dati a disposizione circa le prime fasi del cantiere siano pochi e nessuno costituisca un preciso e incontrastato  riferimento. Purtroppo gli antichi libri mastri relativi alle fasi due e trecentesche non si sono conservati con il risultato che gli unici elementi a disposizione degli studiosi – oltre all’edificio stesso e ai documenti relativi a donazioni o altre transazioni aventi come oggetto la Basilica o parte di essa – sono le date delle traslazioni del corpo del Santo (8 aprile 1263-14 giugno 1310-15 marzo 1350) che da sempre sono state connesse con le fasi costruttive. Alcune informazioni derivano anche da uno scritto dell’epoca quale la Visio Egidii regis Pataviae del notaio Giovanni da Nono databile tra il 1314 e il 1318.

Prima di addentrarci nelle principali ipotesi sulle fasi costruttive della Basilica sarà bene partire dal nucleo originario, vale a dire la piccola chiesetta dedicata a Santa Maria Mater Domini. Molto probabilmente era una struttura di modeste dimensioni collocata dove oggi si trova la Cappella della Madonna Mora che conserva le probabili prime tracce di affreschi di Giotto; essa costituì il primo centro dell’attività francescana a Padova e custodì il corpo di Sant’Antonio dal 1231 al 1263. Le spoglie del Santo attirarono grandi quantità di persone e la chiesetta divenne ben presto insufficiente a soddisfare le

funzioni liturgiche cosicché fu iniziata la costruzione di un nuovo e più grande edificio. Due sono le ipotesi che hanno diviso gli studiosi. Secondo la prima ipotesi l’edificio deve essere considerato frutto di un progetto unitario concepito così fin da principio, mentre la seconda, e più attendibile, vede l’edificio come frutto di tre progetti sempre più ambiziosi, ricostruibili tenendo conto degli spostamenti subiti dalla tomba del Santo. Senza soffermarsi sul dibattito accademico – si rimanda per questo all’ampio apparato bibliografico – va detto come l’edificio mostri una struttura particolarmente complessa perfettamente raggiungibile in ogni suo punto da un ricco intreccio di cunicoli interni ed esterni alle murature, cui si accede mediante le scalinate poste a sinistra dell’ambiente di accesso ai chiostri.

La decorazione pittorica dell’edificio impegnò fin da subito i frati minori e le principali famiglie cittadine. Come già accennato, forse furono proprio i frati a chiamare Giotto in città all’inizio del Trecento e ad affidargli il compito di decorare alcune parti della chiesa, quali la Cappella della Madonna Mora e la Sala del Capitolo, mentre alla commissione della famiglia Scrovegni si deve l’intervento del maestro fiorentino nella Cappella delle Benedizioni (o di Santa Caterina), di cui oggi restano solo i busti di sante nel sottarco di accesso e alcuni frammenti alle pareti.

Della costruzione e della decorazione della Cappella di San Giacomo (o dei Santi Giacomo e Felice) si occupò il marchese Bonifacio Lupi di Soragna, esponente di una casata molto legata alla Corte Carrarese. Il suo obiettivo era quello di finanziare la realizzazione di un luogo destinato alla sepoltura dei membri della propria famiglia che fosse espressione del prestigio conquistato. Infatti, grazie alle attività militari e diplomatiche svolte a partire dalla metà del Trecento, era riuscito a ottenere una posizione di primo piano all’interno della compagine nobiliare padovana. L’opera doveva essere memorabile e infatti si affidò alle più notevoli personalità artistiche allora chiamate nello scenario patavino: il veneziano Andriolo de Santi, Altichiero da Zevio e Jacopo Avanzi. Andriolo de Santi si era particolarmente distinto attorno al 1350 per aver realizzato per la chiesa di Sant’Agostino a Padova le tombe di Ubertino e Jacopo da Carrara. Fu incaricato nel 1372 dell’intervento nella Cappella di San Giacomo con un dettagliato contratto stilato da Lombardo della Seta, segretario di Francesco Petrarca. Con questo documento Bonifacio si premurò di assicurare uniforme e rapida esecuzione al progetto, tanto che la consacrazione avverrà solamente quattro anni dopo, nel 1376.

Per la decorazione pittorica Bonifacio si rivolse ad Altichiero da Zevio e Jacopo Avanzi. Mentre non sono pervenuti i contratti di ingaggio dei pittori, due documenti, del 1377 e del 1379, testimoniano rispettivamente le spese sostenute per l’abbassamento delle impalcature e il saldo dell’intera decorazione devoluto al solo Altichiero, probabilmente per la sopraggiunta morte di Avanzi. Gli artisti erano giunti a Padova attorno al 1370 per lavorare alla Reggia dei Carraresi e, considerato che gli spazi da loro decorati in quest’ultima oggi non esistono più, la loro collaborazione nella Cappella rappresenta l’unica testimonianza rimastaci di un’attività congiunta. Altichiero nacque a Zevio intorno al 1330. Inizialmente influenzato dal giottismo lombardo, la sua formazione si svolge prevalentemente a Verona e Padova, dove affresca la lunetta per la cappella Dotto nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani già costruita nel 1382. Nella Basilica di Sant’Antonio gli viene attribuita anche la decorazione della lunetta che sormonta la tomba del nobile Federico Lavellongo, raffigurante una Madonna con Bambino e santi. Dai dipinti di Altichiero traspare una personalità raffinata e colta, aggiornata sulle moderne ricerche pittoriche ma anche sui coevi studi scientifici, in particolare nel campo dell’ottica, portati avanti in quel periodo dallo studio universitario padovano. Grazie a essi Altichiero attua una rilettura del linguaggio giottesco caratterizzata dall’approfondimento del percorso illusionistico del maestro toscano. Questo porta il veronese a concepire spazi estremamente complessi e verosimili che interagiscono con le architetture reali delle pareti dipinte, all’interno dei quali la figura umana viene a inserirsi armoniosamente.

L’altro protagonista del ciclo pittorico è il bolognese Jacopo Avanzi. Il suo percorso artistico è fortemente influenzato dagli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni e dalle altre opere padovane del fiorentino. I dipinti di Jacopo Avanzi si distinguono per la grande intensità narrativa, ottenuta tramite la serrata concatenazione degli episodi, popolati da personaggi ben delineati e caratterizzati nei volti e nella gestualità. La spazialità di Jacopo Avanzi è ariosa, caratterizzata da edifici solidi ma impiegati prevalentemente come sfondi per i personaggi, e da paesaggi aperti e distesi. L’interesse principale dell’artista resta il rapporto tra i gruppi di persone, reso attraverso giochi di sguardi, intense espressioni, fisionomie curate e incisive.

L’ultimo ciclo pittorico del Trecento conservato all’interno della Basilica si trova nella Cappella del Beato Luca Belludi. La Cappella ospita nell’altare la cosiddetta Arca Vecchia, ovvero il sarcofago che aveva custodito la salma di Sant’Antonio e che dal 1285 aveva accolto le spoglie del Beato Luca Belludi, un personaggio molto caro tanto ai frati francescani quanto alla famiglia dei committenti. Il culto sviluppatosi attorno alle sue spoglie, fortemente incoraggiato dai frati, divenne tanto fiorente che già dal primo Quattrocento la Cappella iniziò ad essere identificata come ‘del Beato Luca’.

Le vicende costruttive della Cappella, tuttavia, non furono determinate solo da ragioni devozionali, ma si inserivano in un contesto più complesso. Il Signore, Francesco il Vecchio da Carrara, era impegnato in un’operazione di autoaffermazione culturale quanto politica che coinvolgeva attivamente tutte le famiglie vicine alla Corte Carrarese. Tra queste i Conti, esponenti dell’antica nobiltà patavina, avevano un ruolo di primo piano e in particolare Naimerio e Manfredino, coinvolti in importanti operazioni finanziarie per conto di Francesco il Vecchio. Naimerio e Manfredino finanziarono l’opera di cui si conosce la data di fondazione (1382), e affidarono il compito della decorazione a Giusto de’ Menabuoi. L’artista che si era stabilito a Padova intorno al 1370 e, al momento della decorazione della Cappella del Beato Luca Belludi, ha alle spalle una lunga attività che lo aveva visto impegnato principalmente in opere di soggetto sacro realizzate per ambienti religiosi colti, presso i quali aveva approfondito tematiche teologiche complesse e articolate. La sua pittura si caratterizza in particolare per un senso intimistico, reso vivido dall’uso liquido del colore, che conferisce alle composizioni un’atmosfera tenue ed evanescente. A Padova fu attivo nel 1370 nella chiesa dei Santi Filippo e Giacomo agli Eremitani, dove dipinse il Trionfo di Sant’Agostino nella cappella Cortellieri. Quindi nella stessa Basilica del Santo dove realizzò la decorazione del monumento funebre di Niccolò e Bolzanello da Vigonza, cdove sono rappresentati i committenti che presenziano all’Incoronazione della Vergine con santi e angeli nella lunetta e all’Annunciazione nell’arcosolio. Prima di ricevere la commissione della cappella fu impegnato nel grandioso ciclo del Battistero della Cattedrale, eseguito tra il 1374 e il 1378. Rispetto a questo ciclo, la decorazione della Cappella del Beato Luca Belludi giunge a esiti meno raffinati, ma che si aprono a concezioni pittoriche più moderne soprattutto nel campo dell’organizzazione spaziale.

Nel 1377 Raimondino Lupi di Soragna fece costruire, nei pressi della Basilica del Santo, un oratorio privato destinato ad accogliere le spoglie di Bonifacio Lupi di Soragna dopo la morte, oggi denominato Oratorio di San Giorgio. Questo ambizioso progetto, che si somma alla decorazione della Cappella di San Giacomo, commissionata poco prima da Bonifacio Lupi di Soragna, testimonia il grande prestigio sociale acquisito dalla famiglia nella Padova di fine Trecento. Questo periodo fu caratterizzato dalla realizzazione di cappelle private affrescate da parte delle più importanti famiglie padovane che presero ispirazione dalla commissione di Enrico Scrovegni dell’inizio del secolo. Tale fioritura artistica era una diretta conseguenza del clima culturale ispirato dalla Corte Carrarese, attenta ad assicurarsi da un lato l’effettivo potere sul territorio e dall’altro il generale consenso delle classi a lei legate e anche della popolazione. Per questo motivo si incoraggiavano le arti, le scienze e le lettere facendone strumenti attivi di propaganda politica. Del resto al processo di abbellimento della città concorsero in primo luogo soprattutto i Signori da Carrara.

Il progetto di Raimondino Lupi, tuttavia, era finalizzato soprattutto alla celebrazione familiare e questa passava attraverso l’esplicito confronto con la Cappella della famiglia Scrovegni. Tale confronto si traduce letteralmente in una serie di analogie tra la struttura architettonica degli Scrovegni e quella scelta per l’Oratorio. Anche le scene rappresentate e le sculture dell’arca divengono occasione per esaltare le virtù guerriere della famiglia Lupi di Soragna messe a disposizione della Signoria Carrarese e della città di Padova.

La decorazione viene affidata ad Altichiero da Zevio intorno al 1379, un artista che era già entrato in contatto con la famiglia durante i lavori di decorazione della Cappella di San Giacomo, maturando il suo linguaggio a stretto contatto con Jacopo Avanzi. Inserito nell’ambiente culturale e artistico padovano, Altichiero proseguì le sue ricerche pittoriche giungendo a risultati di straordinario virtuosismo prospettico e realistico che avevano avuto origine dal fondamentale confronto con Giotto. Da questi Altichiero derivò temi, suggestioni e spazialità, elementi continuamente rielaborati e mai recepiti passivamente ai quali sommò una profonda conoscenza nel campo dell’ottica, che passò anche attraverso il confronto con un altro grande artista operante in quel momento, Giusto de’ Menabuoi, del quale ebbe sicuramente modo di ammirare il prezioso ciclo di affreschi dipinto nel Battistero della Cattedrale.

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